Quando la Juventus, che lottava con l’Inter per lo scudetto, pareggiò con l’Empoli e perse lo scontro diretto contro i nerazzurri, scrissi che il destino di Massimiliano Allegri sarebbe dovuto dipendere dal prosieguo della stagione. Il riferimento non era al risultato finale, ma a come questo fosse maturato. Chiudere la serie A al quarto posto a 20 punti di distanza dalla capolista o seconda a 3 non modifica nulla rispetto al futuro e a livello di obiettivo. L’aritmetica conquista del pass per la Champions League della prossima stagione, target stabilito sul campionato, non è ancora certa, ma dovrebbero mancare circa 8 lunghezze che, in 7 partite, nonostante le complicate trasferte con avversarie in lotta per il medesimo risultato come Roma con i giallorossi e Bologna, sembrerebbe risultare piuttosto fattibile. In Coppa Italia, la Juve è sulla buona strada per la finale. Nel calcio nulla è scontato, ma aver vinto la gara di andata contro la Lazio per 2-0 è una buona prerogativa rispetto a quella di ritorno da disputarsi all’Olimpico. Il raggiungimento dell’ultimo atto della manifestazione consentirebbe pure l’accesso alla Supercoppa Italiana che, con il massimo rispetto, non scalda il cuore dei tifosi, ma porta denaro. Dato che il cammino è in linea con gli obiettivi, qual è il motivo che condurrebbe a un addio di Allegri?
Le colpe sono da ricercare nell’atteggiamento che ha avuto la squadra dopo le prime difficoltà vissute in ottica scudetto. Come pare confermato anche dalle dichiarazioni di alcuni giocatori, il gruppo ha subito un calo psicologico importante. Quando ha notato che l’obiettivo si allontanava, ha avuto uno sbandamento. E’ una compagine composta da giocatori giovani. E’ chiaro che non li assolve da determinate mancanza perché la nota “cazzimma” non si compra al mercato, ma l’allenatore, come membro esperto del gruppo e insieme al suo staff, ha il compito di impedire “depressioni” varie. Tanto più che Allegri è sempre stato un fine psicologo e quella di uscire dai momenti di difficoltà è un’ottima dote che ha sempre segnato la sua carriera. Ricorderete il 2016, quando recuperò uno svantaggio di una decina di punti accumulato tra settembre e ottobre, oppure l’impresa di Champions del 2015 quando rianimò una Juve insicura e impaurita di fronte alle difficoltà europee della precedente campagna. In questa occasione non vi è minimamente riuscito. Il valore della rosa non è certamente paragonabile a quella interista, ma le recenti vittorie su Lazio e Fiorentina denotano come non vi siano nemmeno 20 lunghezze di distacco. Quando i bianconeri hanno avuto un traguardo da raggiungere, hanno dimostrato il loro valore.
Si può cacciare un tecnico soltanto per questo motivo? In effetti, anche se si parla di uno dei suoi assi nella manica che sparisce, si banalizza la situazione. Il dilemma è che può apparire come sintomo di una situazione non completamente in pugno. Allegri ha disposto di tre stagioni bianconere. I risultati sono sempre stati in linea con gli obiettivi ma, alla Juve, non può bastare. Della Vecchia Signora vanno accettati onori e oneri. Un tempo così lungo senza successi non è stato concesso nemmeno ai migliori. Il riferimento è al “Lippi bis” o alla seconda avventura del Trap. Tra Allegri e Madama si è creato una sorta di ramificazione di vincoli di riconoscenza. In un primo momento, Max ha accettato di sedersi sulla panchina sabauda, si narra rifiutando il Real Madrid, anche perché le riconosceva ciò che le ha dato quando scelse lui per sostituire nientepopodimeno che Conte. Dal canto suo, i piemontesi gli hanno fornito un lauto ingaggio di circa 9 milioni di euro annui. E’ stata giustificata una prima stagione infarcita di qualche errore di troppo con un tricolore cucito sulle spalle del Milan che non era certo galattico. Nella trascorsa annata, il toscano è rimasto e si è caricato il gruppo sulle spalle, andando oltre il suo compito, anche nel momento della burrasca dove lo spettro della retrocessione era paventato da più parti. Ora sembra arrivato il momento di concludere questa sorta di umane compensazioni. O meglio, una strada meno netta per bloccare l’emorragia vi sarebbe: proporre ad Allegri un ruolo diverso in società perché sono convinto che il tecnico saprebbe ricoprire perfettamente la posizione di dirigente con una “juvenintià” ormai parte del suo DNA. In tal modo si supererebbe anche il dilemma legato al contratto che, se non si risolvesse consensualmente, rimarrebbe a carico della Vecchia Signora.
Non sono solito operare previsioni di calciomercato. Sono troppo complesse e coinvolgono infinite variabili, ma credo che la mancanza di continuità mostrata nell’ultimo anno e fotocopia del passato recente spinga a un divorzio tra la Juve e l’Allegri allenatore. Con questo non voglio significare che tutto il recente trascorso insieme sia stato gettato alle ortiche. Sono convinto che Massimiliano sia stato l’uomo giusto al momento giusto perché, quando è risbarcato sotto la Mole, la Vecchia Signora, frastornata da vicende extracampo come Superlega, caso plusvalenze e questione stipendi con relativo cambio ai vertici, avesse necessità di una guida esperta, forte e sicura. Per il resto, “del doman non v’è certezza“.

