“La Juve siamo noi!” cantano i tifosi della Vecchia Signora che sono caratterizzati da un forte senso di appartenenza, tanto da sostenere che sono “amici di nessuno“. In sostanza, come già detto e ridetto, portare questa maglia significa indossare una seconda pelle di cui se ne devono sposare totalmente i valori perché, se non ci si lega a quel dna o addirittura si prova a modificarlo, il finale è già scritto. Questo è stato il grande errore di Thiago Motta. La storia si è interrotta perché il brasiliano non è riuscito a entrare in sintonia con lo spogliatoio. Diventerà un grande allenatore, ma deve migliorare alcune dinamiche relative alla sua comunicazione sia dentro che fuori dal campo e soprattutto ha necessità di smussare alcuni lati di un carattere piuttosto rigido. Ha cercato di cambiare la Juve e, alla fine, ne è uscito con le ossa rotte. Così Madama ha preferito tornare alle origini e scegliere Igor Tudor, bianconero nel profondo, uomo che conosce l’ambiente e sposa i suoi valori in toto. Non è l’unico motivo che ha spinto a questa scelta. Sul piatto delle opzione c’era anche Mancini, ma i costi hanno impedito di spingere sullo jesino. I dirigenti sabaudi hanno effettuato uno sforzo importante già con le decisioni prese. Aumentarlo avrebbe rischiato un salasso difficile da reggere. La qualificazione alla Champions diviene ancora più importante e potrebbe risultare necessaria anche la vendita di qualche giocatore. Non è finita, il croato firma un contratto sino al 30 giugno con possibilità di rinnovo da parte della Vecchia Signora in caso di raggiungimento di uno dei primi 4 posti. Significa che, dopo le ultime 9 giornate di campionato, i bianconeri potranno decidere cosa fare del loro rapporto con Tudor ed eventualmente legarsi a un altro tecnico.
Si tratta di una scelta logica e accettabile, ma che lascia più di una perplessità. Optare per Mancini avrebbe significato portare sotto la Mole un tecnico che non avrebbe avuto la Juve nel sangue, ma ampie conoscenze e capacità di lavorare con i giovani. Tudor, sotto tale profilo, assomiglia maggiormente al suo predecessore. Avrà qualche panchina in più alle spalle, ma non si può considerare un allenatore troppo esperto. La paura, quindi, è quella di “cadere dalla padella alla brace”. Con il marchigiano, si sarebbe potuto programmare, iniziare un progetto più certo nella durata e con meno incognite. Forse, sarebbe valsa la pena provare a spendere più ora che effettuare un’altra scommessa anche perché, con questo tipo di decisione, si lasciano nuovamente alibi ai calciatori. In sostanza, anche loro possono essere spaesati dall’idea di avere a che fare con un traghettatore.
Non è andata così, quindi, inutile pensare a ciò che potrebbe essere stato, ma non è. Meglio concentrarsi sul presente che dice Igor Tudor. Ora l’obiettivo della società dev’essere quello di creare le condizioni percui il croato possa dare il meglio di sé e crearsi i presupposti per restare l’allenatore della Juve anche dal Mondiale per Club in poi. Ferrero, Scanavino e Giuntoli, quindi, devono stare molto vicini alla squadra e alla sua guida. L’ex difensore, dal canto suo, dovrà primariamente inoculare la juventinità in una squadra con tanti elementi che vestono questa maglia solo da poco. Ciò eseguito le strade sono due. La prima ipotesi è di allegriana memoria. Quando Max si sdette sulla panchina bianconera, nel lontano 2014, non impose un suo credo, ma rispettò un ambiente che già lavorava efficacemente con altre metodologie. Il passaggio avvenne più tardi. Motta non ha fallito sotto il profilo tattico. E’ vero che la sua squadra non giocava bene, ma questo concetto è estremamente aleatorio tanto da risultare inutile. La Juve ha un’idea di calcio. La ricerca del successo tramite il possesso palla e il governo del gioco. Si tratta del noto difendersi con la palla tra i piedi. Tudor, per non scombussolare un ambiente già frastornato, potrebbe seguire le orme del toscano e cercare così di conquistare la Champions per poi lavorare verso un cambiamento. E’ un mister molto verticale che non cerca il dominio delle ostilità, ma l’attacco frontale e diretto alla porta avversaria. Indipendentemente dal modulo, l’interpretazione tattica diventa fondamentale. Se Igor optasse per un cambiamento repentino potrebbe scegliere il 3-4-2-1, schema maggiormente utilizzato. Un’ipotesi di formazione sarebbe questa: Di Gregorio; Gatti, Veiga, Kalulu; Weah (Nico), Koopmeiners (Locatelli), Thuram, Cambiaso; Yildiz, Kolo Muani; Vlahovic.

