La morte di Papa Francesco rappresenta un evento fondamentale, ma non è necessario sia forzatamente sinonimo di sofferenza. Questo messaggio dovrebbe essere chiaro a tutti. I 5 giorni di lutto nazionale indetti rappresentano una decisione scontata, ma discutibile. Tale dichiarazione prevede che gli esponenti del Governo debbano cancellare i loro impegni, che le manifestazioni pubbliche possano essere annullate o subire variazioni e che gli esercizi pubblici abbiano la chance di chiudere i battenti. In sostanza, sembra una situazione ambivalente, dove c’è poca concretezza. La colpa non è di chi ha optato oggi per tale scelta, ma del legislatore che ha redatto la fattispecie.
Il Cristiano giustamente soffre per la morte di chi rappresenta Gesù sulla terra. Perde la sua guida, il suo punto di riferimento. Il mondo in generale non ha più una persona fondamentale. Sua Santità è figura determinante proprio perché riconosciuta come cardine, come pastore, di una fetta molto imponente della società. Giovanni XVIII, per esemplificare, ebbe un ruolo politico determinante nel cercare di evitare che la Guerra Fredda divenisse combattimento a tutti gli effetti. Ciò detto, non è obbligatorio, soprattutto in un Paese, che sovente ama definirsi laico, soffrire per un Pontefice.
Proprio perchè manca questa necessità, serve rispetto per chi davvero patisce per la morte di Bergoglio, come uomo o come Papa. Ciò significa evitare gesti vuoti ed effimeri. Francesco non chiedeva altro che pace, fratellanza, aiuto del prossimo e preghiere. Questi sono gli atti. Il resto si può serenamente evitare, soprattutto se le citate situazioni poi non si portano a compimento.

