La rabbia è un sentimento sgradevole, ma è quello che tutti gli italiani, amanti del calcio, stanno provando in questo orribile momento della nostra nazionale. E’ proprio tale il motivo che voglio attribuire a parecchie analisi udite nelle ultime ore, altrimenti, le trovo inspiegabili e altrettanto fuori luogo. Ho voluto attendere il giorno dopo l’eliminazione azzurra da Euro2024 a opera della Svizzera, forte ma non il Brasile, per cercare di essere il più lucido possibile. In sostanza, volevo scrivere a freddo. Non intendevo essere guidato dalla collera della delusione, ma nemmeno lasciar trascorrere troppo tempo in modo che il rimuginio prendesse il sopravvento.
Per la nota enciclopedia Treccani, il capro espiatorio è: “L’essere animato (animale o uomo), o anche inanimato, capace di accogliere sopra di sé i mali e le colpe della comunità, la quale per questo processo di trasferimento ne viene liberata“. Al concetto viene data quindi un’accezione a prescindere errata. Occorre, però, trovare una misura. Non si può nemmeno cercare astruse responsabilità da dare al gruppo quando vi sono palesi errori dei singoli. Troppe analisi che sento fanno ricadere il problema sul movimento calcistico italiano, ma penso sia una visione molto miope o quantomeno non aggiornata della reale situazione.
Dal 2006 al 2020, i club italiani hanno vinto 2 Champions League. La prima è stata conquistata dal Milan nel 2007 ed è figlia della vecchia gestione. Il riferimento è ai vari Nesta, Pirlo, Gattuso, Pippo Inzaghi, Gilardino. Erano tutti protagonisti di quella cavalcata e pure del Mondiale che l’Italia aveva conquistato soltanto qualche mese prima. In sostanza, si tratta di un prosieguo. E’ il classico “colpo di coda”. Nel 2010, l’Inter di Mourinho ha centrato un vero e proprio exploit con un triplete quasi privo di giocatori italiani è che è stato frutto anche del caso. Mi scuseranno gli interisti. Non affermo né che quell’evento non fu meritato e nemmeno che la compagine non fosse formidabile, ma è stato isolato. E’ un dato di fatto. Da quel momento in poi, zero assoluto. E’ iniziato un dominio della Juventus durato 9 anni. Quando una società vince per un lasso temporale così lungo ha sicuramente dei meriti, ma non si può negare che sia facilitata dal valore delle avversarie. E’ risaputo che riconfermarsi sia più complicato rispetto a centrare il successi. In quell’arco temporale, la nostra nazionale collezionò più di una delusione: dall’eliminazione ai gironi del Mondiale 2014, alla mancata qualificazione a quello del 2018 passando per un quarto di finale Europeo, perso con la Germania, e considerato come un successo. In quel periodo, il calcio italiano era in grande sofferenza e dilaniato dai problemi. Dal 2020 in poi, invece, le nostre squadre hanno disputato ben 7 finali continentali, vincendone 2, in 4 anni. Accanto a tali successi è giunta una vittoria nel torneo continentale per nazionali e ben 2 fasi finali di Nations League oltre a un successo in under 19 e un altro nella categoria under 17.
Cosa significa? Vuole dire che il sistema attuale e non è da gettare nel pattume. Anzi, è in crescita. Esistono, però, le fasi. Nel 2020, Mancini ha iniziato un ciclo che mixava campioni a giovani molto promettenti. Ne cito soltanto alcuni: Bonucci, Chiellini, Verratti, Jorginho… A loro si affiancavano Donnarumma, Barella e Chiesa che erano in rampa di lancio. Quel ciclo ha perduto pezzi pregiati e altri hanno drasticamente abbassato il livello delle loro prestazioni. Siamo in una fase di passaggio. A oggi, gli ultimi tre citati rappresentano i veterani su cui l’Italia doveva fondare questo deludente torneo e dovrà costruire il futuro. Hanno certamente le doti carismatiche e di leadership per farlo. Penso soprattutto al portiere, ma pure agli altri due interpreti. Ma serve loro tempo ed esperienza per plasmarle. I vari Bastoni, Calafiori, Frattesi, Fagioli, Scamacca rappresentano ottimi prospetti, ma erano tutti al primo, grande evento. Le loro prestazioni sono comprensibili.
Alla luce di tutto questo si può quindi giustificare, nel 2022 una mancata qualificazione al Mondiale, e oggi un Europeo sottotono. Tutto sommato, si è passati in un girone infernale con Spagna, Croazia e Albania. La Svizzera è una compagine forte. Tre anni fa fu in grado di estromettere la Francia agli ottavi e, per citarne altre, Germania e Portogallo uscirono dalla medesima competizione nello stesso punto del torneo. Non è una tragedia. Il punto è spiegare la situazione per come è arrivata. Gli elvetici, come gli spagnoli e a tratti i croati, non ci hanno lasciato scampo. Ci hanno letteralmente asfaltato perché ci siamo dimostrati una squadra senza identità, gioco, mentalmente e fisicamente allo sbaraglio. Di chi sono queste responsabilità? Per me del ct. Chi è il ct? Luciano Spalletti che ha dimostrato di non aver capito le differenze tra un commissario tecnico e un allenatore. Non lo si incolpa di non aver vinto un torneo impossibile da conquistare, ma di aver portato in questa competizione una squadra senza anima e senso logico. Alla luce di tutto ciò, avrebbe dovuto dimettersi o essere esonerato. Non è stato così. Proseguiremo con lui con la speranza che si migliori anche negli atteggiamenti fuori dal campo dove spesso ha evocato miti e riferimenti, speso parole che poi si sono rivelate un boomerang.
L’altro colpevole è Gravina, leader della Figc. Il calcio italiano dovrà ringraziarlo costantemente per quanto fatto nel 2020 quando le allora scelte politiche dettate dal periodo covid stavano per affossare il sistema. Lui si ribellò e riuscì a convincere i governanti del valore del pallone all’interno del sistema salvando il salvabile. Quando le decisioni diventano sportive, però, la questione cambia e, se si sceglie Spalletti invece di Conte, ci si assume un rischio molto pericoloso. Infatti, è andata male. Penso che la decisione fosse dettata dall’onda emotiva del momento. Il pugliese veniva da un periodo difficile con il Tottenham, mentre il toscano era contornato dai lustrini del Napoli. Ora la faccenda è quasi ribaltata e il vincitore morale è De Laurentiis che ne è uscito persino con la clausola pagata per liberare Luciano. Credo che, come fecero Abete dopo la debacle del 2014 e Tavecchio nel 2018, pure Gravina avrebbe dovuto lasciare la presidenza. Non è accaduto.
Solo alla luce di queste analisi si può parlare di abolizione del Decreto Crescita e di giocatori che italiani poco utilizzati dai nostri club. Sono tutti discorsi corretti perché è necessario avere il coraggio compiere determinate scelte forti che alla lunga possono fruttare. Occorre, però, ricordare che la coperta è corta. Se giocano i giovani della nostra nazionale che non sono pronti e le rispettive società escono presto dalle coppe, non si facciano tragedie. Forse, la soluzione vincente è l’equilibrio. I protagonisti della serie A hanno trovato la strada per vincere e presto i giovani italiani avranno spazio perché hanno valore. Occorre, però, che in nazionale siano guidati dalle persone giuste.

