Ogni personalità importante vanta dei seguaci. San Francesco ha i Francescani, Aristotele i Peripatetici e così per molti altri. Questo funziona anche nel mondo del calcio, ma non con tutti. Una simile situazione si ha soltanto con chi lascia qualcosa di diverso nel pallone. Potrebbe anche non essere protagonista di successi importanti, ma deve aver piazzato un’impronta indelebile. Tra i grandi che sono riusciti a centrare vittorie e novità sovviene immediatamente il nome di Sacchi, ma anche quello di Pep Guardiola che, nel 2008-2009, ha ideato il tiki-taka. Non è soltanto una questione di approccio tattico, ma pure qualcosa di filosofico e di sociale. E’ un movimento che coinvolge a 360gradi.
Sotto il profilo calcistico, il tiki-taka è quella tattica per cui una squadra si difende con il pallone tra i piedi. L’obiettivo è quello di mantenere il possesso della sfera in modo tale da avere il completo controllo delle ostilità. Così facendo sembra impossibile che l’avversario possa ferire. Servono quindi calciatori dotati grande tecnica e di qualità nel palleggio, ma pure di freddezza e carisma perché la gestione del palla non è mai banale soprattutto nelle situazioni in cui l’avversario ringhia sulle caviglie e il lancio lungo è vietato come un contromano in senso unico. Xavi e Iniesta sono stati i maggiori rappresentanti di tale tipo di approccio. Il centrocampo diviene il cardine della situazione perché mai è saltato, ma servono anche centrali difensivi che sappiano impostare, terzini in grado di proporsi e attaccanti capaci di restare collegati agli altri reparti anche al di fuori dell’area di rigore avversaria.
E’ tutto molto difficile anche sotto il profilo filosofico e sociale. A Madrid, sia sponda Real che Atletico, pare impossibile, per esempio, vedere una simile struttura. E’ questione di dna. Anche se si vuole negare l’esistenza di tale caratteristica che, secondo alcuni, per un club non dovrebbe esistere, sembra che la realtà affermi il contrario. Il tiki-taka trascina con sé una visione della vita piuttosto rigida. E’ una versione collettiva dell’esistenza. Non è importante il singolo, ma la squadra. Solo una personalità diventa regina: l’allenatore. Lui è il mentore, il demiurgo a cui tutti devono sottostare per condurre la nave in porto. Della serie: “O sei con me o sei contro di me!“. E’ un popolo che ama il bello e lo pone davanti a qualsiasi altra situazione, anche rispetto al risultato. Lo spettatore deve rimanere estasiato, assistere a un’opera. Deve tornare a casa con la luce negli occhi, ma quella della grande bellezza.
E’ proprio su tale aspetto che vuole concentrarsi questo pezzo. L’unico esponente del tiki-taka che è stato in grado di far coincidere estetica, considerata nella versione gergale del termine, e risultati è proprio il suo creatore: Pep Guardiola. I suoi seguaci hanno faticato parecchio. Da Erik Ten Hag a Thiago Motta passando per Maurizio Sarri e Roberto De Zerbi, sotto il profilo dei successi, il migliore è stato proprio il toscano che ha conquistato un’Europa Laegue con il Chelsea e uno scudetto con la Juve. Forse è poco per il tipo di carriera condotta. I modi di intendere il calcio sono molteplici e non ne esiste uno vincente o uno che non lo sia. Il tiki-taka, però, non può essere annoverato tra questi. E’ qualcosa di talmente particolare da estraniarsi. E’ come se fosse una scuola di pensiero trascendente rispetto alla realtà in cui è situata e probabilmente è proprio quello il suo obiettivo: cambiare le logiche del farlo sotto tutti i punti di vista, anche quello dell’obiettivo finale. In tal senso, nel pallone, esistono tanti modi per vincere, ma solo uno per perdere.

